Questi racconti di bull sono narrati da chi quasi non parla mai: il bull. Sono quattro storie brevi, tutte di finzione, con personaggi inventati e situazioni immaginarie. Non sono testimonianze reali. Ci sono però l’eccitazione torbida, la tensione e gli accordi presi prima che aiutano una notte del genere a riuscire bene, visti dalla parte del terzo.
Se cercavi storie di bull o racconti bull cuckold e ti sei sempre imbattuto nel punto di vista del marito, qui cambia l’inquadratura. Tutti i personaggi sono adulti e tutto avviene con un consenso chiaro e concordato in anticipo.
Come leggere questi racconti (e cosa cambia con il bull narratore)
Quasi tutto quello che si scrive su questo stile di vita è narrato dal cornuto: cosa prova mentre guarda, la gelosia che diventa eccitazione, l’attesa. È comprensibile, perché di solito è lui a scrivere. Ma anche il toro vive la scena, e la sua esperienza è diversa: deve essere un buon ospite, capire la coppia, non rubare la scena al marito e ricordarsi che quella notte non è sua.
Per questo, in questi quattro racconti il bull parla di quello che pensa prima, durante e dopo. Se vuoi vedere l’altra faccia, quella del marito, trovi altre storie nella nostra selezione di racconti cuckold. E se ti incuriosisce sapere come si conosce una coppia così, ecco la guida pratica per trovare un toro.
Racconto 1: “Mi hanno presentato prima al marito”
Racconto di finzione.
Ci siamo dati appuntamento in un caffè, di giorno, con la luce del pomeriggio che entrava dalla vetrata. È stata un’idea di Lucia, e mi è sembrata molto intelligente. Suo marito, Luca, ha passato dieci minuti a girare un caffè ormai freddo.
Ero arrivato pronto a piacerle. Non a piacere a lui. E invece è successo il contrario: la conversazione ha iniziato a scorrere solo quando Luca mi ha chiesto, quasi senza guardarmi, cosa mi faceva arrapare di tutta la situazione. Gli ho risposto sinceramente: mi eccita una donna sicura di quello che vuole, e non mi interessa affatto una notte in cui qualcuno si senta a disagio.
Abbiamo parlato dei limiti come si parla del tempo. Preservativo sempre. Niente foto. Una parola per fermarsi, che poteva dire chiunque dei tre, senza dover dare spiegazioni. Lui sarebbe rimasto sulla poltrona, a due metri, e si sarebbe alzato solo se glielo avesse chiesto lei.
Quando siamo usciti dal caffè, Lucia mi ha sfiorato la mano un secondo più del necessario e Luca l’ha visto. Ha sorriso. Quel sorriso è stato il vero permesso. Ho capito allora che il sabato sera sarebbe andato bene, non per quello che sarebbe successo a letto, ma perché tutti e tre ci eravamo arrivati senza mentirci.
Racconto 2: “Il messaggio delle 23:40”
Racconto di finzione.
Marco è il nome che uso in queste situazioni. Quella notte mi è arrivato un messaggio di Caterina: “Vuole che te lo dica io. Dice che domani non riuscirà a dormire pensando a te”. Sotto c’era una foto della sua mano con la fede al dito.
Da tre settimane ci scrivevamo tutti e tre in un gruppo, con lui che leggeva ogni messaggio. All’inizio mi spiazzava. Poi ho capito che quella chat faceva parte del gioco: ogni frase che lei mi mandava era come una spinta per lui. Io rispondevo con calma, facendo attenzione a non sembrare in competizione. Il mio compito non era battere il marito; era fare in modo che la notte fosse di lei e che lui potesse godersi lo spettacolo.
Quando finalmente ci siamo visti, lei è arrivata con un vestito nero che le stava da dio. Era una bomba e lo sapeva. Paolo, suo marito, ha preso posto senza che nessuno glielo dicesse. Prima di iniziare, lei gli ha chiesto sottovoce se voleva ancora. Lui ha detto di sì. Allora lei ha guardato me, e ho capito che potevo avvicinarmi.
In queste notti non c’è fretta. L’eccitazione torbida sta nell’attesa, in quello che ci si dice prima di toccarsi, nel modo in cui lei si gira per controllare che il marito stia guardando. Io sono soltanto quello che dà a quello sguardo qualcosa da osservare.
Racconto 3: “Qui comanda lei”
Racconto di finzione.
Con Marta mi è stato chiaro fin dal primo minuto: comandava lei. Aveva scelto l’hotel, l’ora, i vestiti che avrei dovuto indossare e perfino l’ordine in cui sarebbero successe le cose. Suo marito, Sergio, era in poltrona con le mani sulle ginocchia, come uno studente modello.
Avevo sentito dire che un bull deve essere uno stallone, un vero maschio che la inchioda e basta. In pratica ho scoperto che la cosa più difficile è obbedire. Marta mi ha fermato due volte. La prima perché voleva andare più piano. La seconda perché voleva che Sergio le si avvicinasse e la baciasse prima di continuare. Sono rimasto fermo ad aspettare, col cazzo duro e la pazienza messa alla prova: è stata una delle cose più arrapanti che mi siano capitate.
Quando alla fine ha detto “adesso”, guardava suo marito, non me. È questa la lezione che mi porto via da quella notte: ero l’invitato a una festa che non era mia. Ed è proprio per questo che lei era radiosa, bagnata fradicia, sicura di sé e padrona di tutto quello che succedeva in quella stanza.
Quando abbiamo finito, Sergio le ha portato dell’acqua e un asciugamano. Sono rimasti abbracciati per un po’. Mi sono vestito in silenzio, con rispetto, e me ne sono andato senza che nessuno dovesse chiedermelo.
Racconto 4: “Quello che ci si dice dopo”
Racconto di finzione.
La cosa più difficile da raccontare è quello che succede quando finisce tutto. Molti pensano che il lavoro del bull finisca quando viene. Io credo che proprio lì inizi la parte che decide se ci sarà una seconda volta.
Quella notte, con Giulia e Tommaso, era andato tutto bene. Lei era euforica e lui era silenzioso. Ma stare in silenzio non significa stare bene. Sono rimasto altri dieci minuti, bevendo un bicchiere d’acqua in cucina, finché Tommaso è venuto a prenderne un altro. Gli ho chiesto come stava, senza tanti giri di parole. Mi ha detto che gli era piaciuto più del previsto e che gli faceva un po’ girare la testa. Gli ho risposto che era normale e che non doveva decidere niente quella sera.
Il giorno dopo gli ho scritto un messaggio breve, senza parlare di porcherie, solo per ringraziarli e dire che potevano fermarsi o continuare quando volevano: da parte mia non c’era fretta. Tommaso ha risposto tre giorni dopo: “Grazie per come hai gestito la situazione”. Vale più di qualsiasi complimento su quello che è successo a letto.
Un bull che sparisce senza dire niente lascia la coppia da sola con un mucchio di emozioni. Uno che resta un po’ e poi scrive lascia una porta aperta, e il cornuto apprezza che non lo si lasci appeso.
Cosa hanno in comune i quattro racconti
Anche se sono tutti e quattro racconti di finzione e ognuno segue la propria strada, ci sono fili che ritornano, e non per caso:
- Si parla di tutto prima. Limiti, protezione e una parola per fermarsi. Senza questo, non c’è eccitazione torbida che tenga.
- La protagonista è lei. Il bull è l’ospite; la hotwife decide il ritmo.
- Il marito non è uno spettatore passivo. Il suo sguardo fa parte del piacere.
- Il dopo conta quanto il durante. Un messaggio, un bicchiere d’acqua, una conversazione tranquilla.
Se vuoi vedere come si stabiliscono questi accordi, trovi una panoramica utile sulle regole e i limiti del cuckolding. E se preferisci leggere altre storie dal punto di vista del marito, continua con i racconti di cornuti sottomessi.
Domande frequenti
Questi racconti di bull sono reali?
No. Sono storie di finzione scritte per questo blog, con personaggi e situazioni inventati. Ogni somiglianza con persone reali è casuale.
Perché raccontare storie di bull dal loro punto di vista?
Perché è la prospettiva che si vede meno. Quasi tutti i contenuti sul cuckold sono narrati dal marito, ma anche il terzo ha molto da raccontare: come si prepara, a cosa fa attenzione e come si comporta prima e dopo.
Cosa serve perché una scena del genere vada bene?
Il consenso chiaro di tutti e tre, limiti concordati in anticipo, protezione e una parola per fermarsi. L’eccitazione e la voglia arrivano molto più facilmente quando queste basi sono solide.


